Elliot Erwitt la star dai sogni in bianco e nero

Il Fotocineclub di Mantova vi vuole segnalare un'importante mostra fotografica a Torino di ben 136 immagini del maestro del bianco e nero Elliot Erwitt. Di seguito vi riportiamo l'articolo scritto da Emanuele Galesi, giornalista del "Giornale di Brescia" web, da dove abbiamo ritratto la notizia.

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Cammina con quell’aria un po’ «cosa ci faccio qui?» e si appoggia ad un bastone con una trombetta che suona quando deve passare tra la gente. Elliott Erwitt a 84 anni sorride immobile e dice che il più grande colpo che si possa fare in carriera è «morire giovane». La sua invece non è ancora finita e viene raccolta in una nuova retrospettiva a Palazzo Madama, a Torino, fino al primo di settembre.

Quando interviene per presentarla, all’inaugurazione di metà aprile, il fotografo russo francese italiano americano, soprattutto americano, è trattato come una rock star. Con garbo, ma da star. Fotografato, lui, atteso, rifotografato, tutti che vogliono l’autografo, tutti che lo guardano guardare. È come se ci si aspettasse un segno rivelatore, la spiegazione di un mistero, il gesto che fa dire «ah, ecco!», come se gli si potesse carpire un segreto bisbigliato.

Fotografandolo a ripetizione, ci si ritrova però sempre di fronte all’immagine di Erwitt, magari perplesso. La sua arte resta invece fuori dal quadro. Va cercata e stanata.
In mostra ci sono periodi molto diversi, dagli anni Quaranta a dopo il Duemila. Rigoroso bianco e nero; immagini spesso ironiche, gli uomini ipnotizzati dal nudo al museo; drammi, le donne in attesa di un caro svanito nel nulla; piccoli poemi d’intimità, la coppia che prende il sole sul tetto. Dipende dall’ispirazione: «Non mi alzo al mattino decidendo di essere ironico. Cerco di guardare le cose con curiosità ed empatia».
Conferma, Elliott Erwitt, la scelta acromatica, «così controllo meglio il mio lavoro», ma non è un dogma: «In ottobre uscirà un mio libro a colori», una decisione legata all’utilizzo di fotocamere digitali. I precedenti li aveva pubblicati sotto lo pseudonimo André S. Solidor, giocando col pubblico.

Secondo lei le persone sognano in bianco e nero? «Non so come sia per gli altri, ma per me è così», risponde. E a che cosa pensa l’uomo seduto accanto alla giovane coppia, in una delle foto più belle in mostra? «Forse sa qualcosa», immagina.
Di Erwitt, che l’amico e collega Ferdinando Scianna definì il Woody Allen della fotografia, Silvana Editoriale ha ricostruito una carriera in cui fotografie professionali e amatoriali, nel senso che le faceva per se stesso, si sono sempre affiancate «in modo schizofrenico», dice l’autore. Tipo l’immagine di nonno e nipote in bici con le baguette, realizzata per il governo francese, o il bacio riflesso in uno specchietto retrovisore, immagine simbolo della mostra. «Quella l’ho tirata fuori anni dopo averla scattata. Penso che sia normale guardare nel proprio passato, cercando di dare un senso a ciò che si è fatto», commenta.

È nel repertorio centellinato della fotografia privata che Erwitt ha stupito di volta in volta, estraendo dal baule musei, cani, personaggi famosi, bambini. «Ho tanti cani e tanti figli e nipoti, per questo li ho fotografati, e mi piace andare nei musei», minimizza. «La differenza tra le foto di persone sconosciute e quelle di celebrità, come Marilyn, è che le seconde vengono pubblicate più spesso». Con i relativi benefici economici, lasciati intuire.

In ogni caso è difficile chiedere al fotografo, che ti osserva con le sopracciglia sollevate, maggiori dettagli sulle sue foto. Come chiedere a un mago di spiegare i suoi trucchi. «Viaggio molto e porto sempre la macchina fotografica con me, non mi piace essere pigro», dice. E riesce ad essere nel posto giusto al momento giusto, perfetto e conciso in ciò che racconta. «È perché non avete visto le mie foto sbagliate», ammicca.
Conta il gesto, conta lo sguardo istintivo, serve la sete di far vedere il mondo come lo si vede, anche senza sapere esattamente com’è. Così le immagini si accumulano e quelle buone e quelle ottime sono un premio.

C’è molto understatement nel modo in cui Erwitt si propone al pubblico. Una modestia consapevole, condita con un accenno di sorriso. D’altronde, prima ancora che un artista, il nostro è un fotografo. Uno per cui le immagini hanno significato, e significano, lavoro lavoro e ancora lavoro. Ai giovani consiglia di praticare «la fotografia come hobby, ma di trovarsi un lavoro a tempo pieno».

Lo si legge nell’intervista firmata da Angela Madesani in apertura del catalogo della mostra. «Se poi l’hobby si trasforma in qualcosa di più serio, possono dedicarsi a essa facendone il proprio impegno. Tuttavia è un mestiere molto duro, quindi non mi sento di incitarli a cuor leggero».

Le 136 immagini in mostra sono tante, più di quante la Corte medievale appena inaugurata a Palazzo Madama possa contenerne, ma è un difetto di generosità, se la generosità può essere un difetto. Rispetto all’allestimento dei Tre Oci a Venezia dello scorso anno le foto si vedono meglio, non ci sono riflessi. E a pochi metri, a Palazzo Reale, c’è la retrospettiva su Robert Capa. Capa e Erwitt, agenzia Magnum, su due lati della stessa piazza Castello. Uno è morto giovane, l’altro è una star in bianco e nero.

Emanuele Galesi

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