“La foto più bella è ritoccata”: intervengono al dibattito Paolo Fiaccadori e Alberto Mazzocchi

La polemica in rete è scoppiata dopo che a vincere uno dei più prestigiosi premi mondiali della fotografia (il World Press Photo Award 2013) è stato uno scatto di reportage-documentario palesemente ritoccato al computer dal fotografo Paul Hansen (visibile QUI). Il fulcro della discussione vede "schierati" da un lato i favorevoli al fotoritocco anche in scatti di reportage e dall'altro i contrari, che invece affermano l'importanza di quel genere di fotografia nel documentare la realtà senza alterarla. Di seguito noi del Fotocineclub di Mantova vi proponiamo i pareri di due appassionati fotografi del nostro club, Alberto Mazzocchi e Paolo Fiaccadori (profili visibili QUI), che in maniera totalmente personale ed indipendente ci spiegano come la pensano sull'argomento.
Andrea Danani - Fotocineclub Mantova

PAOLO FIACCADORI

Non credo che ci sia un criterio unico per decidere in quale misura un ritocco (software o no non importa) sia accettabile o no. La fedeltà alla realtà non è un criterio perchè nessuna fotografia lo è. Nel momento in cui scegli un’inquadratura includi elementi e ne escludi altri per cui anche una foto di reportage, rimane sempre un punto di vista personale. Usi il tele o il grandangolo? Nessun occhio umano vede come vedono questi obbiettivi. La foto in bianco e nero può rappresentare fedelmente la realtà? Nessuno ha mai visto in bianco e nero. Si potrebbe andare avanti all’infinito con esempi del genere anche solo rimanendo nel campo della fotografia analogica e senza scomodare quella digitale e le possibilità di modifiche al computer.
Rimane pur vero, però, che ci sono limiti che non si devono (o si è convenuto di non) oltrepassare, e questi limiti cambiano a seconda del genere di foto e del contesto in cui vengono utilizzate. Si tratta sempre, però, di limiti non netti e per quanto riguarda le possibilità di modificare le foto al computer la facilità con cui si ottengono “effetti speciali”  non deve spingere ad abusarne.
Alla fine rimane sempre una questione di buon senso cosa, questa, che nessuno ha mai codificato e mai codificherà.

ALBERTO MAZZOCCHI

primaedopo

E’ appena stata eletta Miss Universo. Maria è la più bella del mondo e tutti le si fanno attorno per complimentarsi, per riprenderla, per intervistarla.

Lei, Maria, mentre si asciuga le lacrime di gioia si sforza di tenere in equilibrio la corona con cui è appena stata ornata la lunga chioma bionda, viene spinta, abbracciata da damigelle,  circondata da ammiratori, assalita da reporter e da fotografi.  Improvvisamente per il gesto malaccorto di uno dei giornalisti Maria viene colpita al viso da un microfono e l’urto, neanche violento, è però sufficiente per rimuovere un poco del trucco. Dopo un attimo di smarrimento Maria riprendere a sorridere ma le luci violente ed impietose mettono in risalto, dove il trucco è stato rimosso, una brutta epidermide grigiastra, untuosa, ruvida.

I fotografi e gli operatori si accaniscono nel riprendere il dettaglio e, in breve, tutto il mondo, che assiste in tempo reale alla premiazione, realizza che la bellissima Maria non è poi tanto bella.

Il pubblico in sala rumoreggia e fischia e le lacrime non più di gioia ma di paura, le sciolgono il trucco che, impietoso, cola sulle guance e si mescola con la cipria e fondo tinta così da trasformare il viso un attimo prima radioso in una maschera grottesca.

Maria, travolta dalle emozioni, corre a rifugiarsi nel camerino. Si cambia in fretta e fugge da una uscita secondaria tuffandosi in mezzo alla folla senza che nessuno la riconosca: senza make up è una ragazza piacevolmente normale, come ce ne sono a migliaia, niente di più.

Potrebbe essere la compagna di studi, la collega di lavoro, la vicina di casa, la nostra fidanzata, nostra moglie ma non la più bella donna del mondo.

Si dice che ogni giorno vengano fatti circa due miliardi di scatti: quante di quelle foto, rese pubbliche attraverso la stampa e la rete, ci colpiscono, ci emozionano, ci coinvolgono e fra queste quante foto-Maria, generate dai vari Photoshop ci sono?

Foto Vincitrice del World Press Photo Award di Paul Hansen

Foto Vincitrice del World Press Photo Award di Paul Hansen

Recentemente è stato attribuito il World Press Photo Award ad una immagine (qui a destra) ripresa a Gaza da un fotografo svedese Paul Hansen durante il funerale di tre vittime – il padre e due piccoli figli – colpite da un missile israeliano.

La foto è ben composta, carica di tensione altamente drammatica ma l’autore ha ritenuto di caricarla di ulteriore pathos immergendo il corteo funebre in una atmosfera livida distribuendo la luce sui volti alterati dal dolore alla Caravaggio. E’ questa una foto-Maria?

Non sono stati aggiunti o tolti elementi fondamentali ma l’intervento in post-produzione c’è stato, è evidente e, per di più, l’autore non lo nega.

Dobbiamo criticare aspramente i giudici che hanno valutato degna di un premio molto importante una foto alterata, dobbiamo giudicare negativamente l’autore che è intervenuto pesantemente, dobbiamo condannare tanto gli uni quanto l’altro o dobbiamo associarci alle lodi ed alla difesa a spada tratta che alcuni hanno fatto di questa immagine?

Più in generale su quali foto possono essere fatti interventi, anche pesanti, con Photoshop o equivalenti e su quali non deve essere ammessa alcuna manomissione?

Poniamo che si scatti la foto, destinata alla pubblicità, di una borsetta. Nessuno si sognerebbe di biasimare il lavoro di post-produzione, magari marcato e pesante, che viene fatto per rendere l’oggetto attraente e per stimolare chi guarda all’acquisto.

Poniamo ora che durante una manifestazione di piazza si scatti una foto che, prima di essere resa pubblica, venga ritoccata per enfatizzare gli effetti negativi di quell’evento, le colpe dei dimostranti o gli eccessi delle forze dell’ordine. Anche in questo caso si tenta di indirizzare l’opinione dell’osservatore e quindi si dovrebbe essere portati all’accettazione del ritocco.

Ma tra i due esempi corre una grande differenza: nel primo l’immagine serve per “mostrare” mentre nel secondo si vuole “documentare” e nessuno è o dovrebbe essere disposto ad accettare un documento alterato o, addirittura, falsificato, manipolato.

C’è chi sostiene, ed io condivido questa opinione, che l’uso sempre più abbondante dei vari Photoshop contribuisca a livellare la qualità delle foto e ad  omogeneizzare i gusti.

Si incomincia a rimpiangere il bianco e nero e la camera oscura dove venivano fatti interventi per elevare la qualità delle foto, inutile e sciocco negarlo, agendo su tonalità e contrasto, ricorrendo a sapienti mascherature, usando acidi o carte diversi a seconda dei risultati ricercati ma senza alterare in modo profondo e radicale l’immagine che si stava stampando.

E’ desiderabile che tutti coloro che si occupano di fotografia, dilettanti o professionisti che siano, adottino, come hanno fatto i giornali anglosassoni, un codice etico secondo il quale le manipolazioni digitali non superino “le normali pratiche” di controllo di toni e contrasto abituali in camera oscura. Questo codice va applicato, ovviamente, alle immagini che documentano (reportage, foto naturalistica ecc…) mentre la più ampia libertà deve essere concessa ai cosiddetti creativi.

Per questi ultimi vale , o dovrebbe valere, un unico limite e cioè quello dettato dal buon gusto, dall’equilibrio, dalla sobrietà.

Ma, a questo punto, il discorso diventa ancora più complesso tanto da richiedere un intervento successivo.

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